sabato 30 novembre 2019

LA SALUTE MENTALE NEL LAZIO: IL RAPPORTO DELLA SOCIETA' ITALIANA DI EPIDEMIOLOGIA PSICHIATRICA

La Società italiana di epidemiologia psichiatrica  (SIEP) ha pubblicato in questi giorni un suo Rapporto su “La Salute Mentale nelle Regioni. Analisi dei trend 2015-2017”, che basandosi sui dati forniti dal ministero della Salute fornisce un quadro dettagliato del sistema di cura per la salute mentale nelle diverse Regioni italiane.
Per quanto riguarda la rete dei servizi della Regione Lazio presenta, nel triennio considerato, una riduzione del numero di posti  letto ospedalieri. Questa riduzione non si riflette sul tasso di ospedalizzazione, che resta stabile nel tempo, mentre la durata di degenza mostra un incremento. Nonostante l’incremento delle risorse economiche, si riscontra un calo nei tassi di trattamento e nella presa in carico di nuovi utenti, mentre tende a crescere il tasso di nuovi utenti con diagnosi di schizofrenia ed altre psicosi funzionali e la percentuale di soggetti in contatto con i servizi territoriali entro 14 giorni dalla dimissione ospedaliera. In ambito ospedaliero, si rileva una diminuzione delle riammissioni entro 30 giorni dalla dimissione e dei TSO. Le presenze e le nuove ammissioni in strutture residenziali presentano un trend in calo, con un incremento della durata media del trattamento. Aumenta il tasso di prescrizione di farmaci antipsicotici.
I dati relativi ai servizi di Salute Mentale della Regione Lazio mostrano, rispetto al valore di riferimento nazionale, carenze diffuse rispetto all’offerta di strutture territoriali (-40,4%), e semiresidenziali (-34,8%); anche i posti letto in SPDC (-34,7%) e l’offerta residenziale (-35,0%) sono al di sotto dei valori di riferimento nazionali. La dotazione di personale risulta inferiore (-19,8%), a fronte di voci di spesa non significativamente difformi dalla media nazionale. I ricoveri in SPDC (-26,2%), e la durata complessiva delle degenze sono ridotti. Anche le dimissioni con diagnosi psichiatrica tendono ad essere molto inferiori alla media nazionale (-59,0%). Questo dato tuttavia viene bilanciato da una più ampia presenza dell’utenza in strutture residenziali (+38,1). Inoltre, si riscontra un tasso di nuove ammissioni nell’anno presso queste strutture del 63,7% maggiore rispetto alla media nazionale. I servizi territoriali mostrano una buona capacità di intercettare la nuova domanda di Salute Mentale (+12,5%), anche per la diagnosi di schizofrenia (+44,9%). Lo stesso non accade se consideriamo la prevalenza. Le prestazioni per utente sono inferiori al dato medio nazionale (-30,1%). Le situazioni di crisi appaiono gestite con una certa efficacia come dimostrerebbero i tassi significativamente più bassi di TSO (-27,0%) e di accessi in PS (-32,8%). Tuttavia, le persone in contatto con i servizi a 14 gg dalla dimissione sono nettamente inferiori alla media (-63,0%), a segnalare una carente continuità dell’assistenza ospedale-territorio. Relativamente all’utilizzo dei farmaci si osserva una frequenza di prescrizione di antidepressivi inferiore (-10,8%); è decisamente più elevata la prescrizione di antipsicotici (+210,5%); i sali di litio sono prescritti in misura lievemente superiore al dato di riferimento (+7,0%).
Il problema della carenza di strutture territoriali e di una loro inadeguata pianificazione sul territorio è molto sentito dalle famiglie.
Nonostante i provvedimenti emanati dalla regioni sin dall'entrata in vigore delle legge Basaglia l'esigibilità del diritto ad una assistenza migliore dei malati di mente e delle loro famiglie non trova una risposta adeguata.  

venerdì 29 novembre 2019

IL NUOVO RAPPORTO 2019 DELL'OCSE E DELLA COMMISSIONE EUROPEA SULLO STATO DEL SSN

L'OCSE-OECD e la commissione europea hanno pubblicato l'ultimo rapporto sul SSN e sullo stato di salute degli italiani.
Vengono confermati gli apprezzamenti per la qualità complessiva del sistema e per il risultati raggiunti in termini di durata media della vita (siamo in secondi dopo la Spagna), ma vengono confermate le disuguaglianze tra le regioni del nord e quelle del sud.
Sono ribadite le preoccupazioni  circa i ritardi nella cura della cronicità.
Molti anni di vita dopo i 65 anni vengono vissuti alcune malattie croniche e disabilità.
Guadagni sostenuti nell'aspettativa di vita combinati con bassi tassi di fertilità negli ultimi due decenni hanno contribuito a un costante aumento della quota di popolazione di età pari o superiore a 65 anni. 
Nel 2017, più di uno su cinque italiani aveva 65 anni e oltre, da solo uno su otto nel 1980; questa quota è previsto che  aumenti a circa una persona su tre entro il 2050. 
Nel 2017, l'aspettativa di vita a 65 anni ha raggiunto quasi 21 anni, un anno sopra la media UE . 
Tuttavia, come in altri paesi, gli italiani spendono leggermente più della metà di questi ulteriori anni di vita dopo 65 con alcuni problemi di salute e disabilità. 
Il  divario di genere nell'aspettativa di vita a 65 anni è di circa tre anni anni a favore delle donne, ma non c'è divario di genere nel numero di anni di vita in buona salute perché  le donne italiane vivono una percentuale maggiore della loro vita in età avanzata età con alcuni problemi di salute e disabilità.
Poco meno della metà degli italiani di età pari o superiore a 65 anni ha riferito di avere almeno una malattia cronica nel 2017, che è inferiore alla media UE. 
Molte persone  sono in grado di continuare a vivere in modo indipendente in età avanzata, ma uno su sei italiani di età pari o superiore a 65 anni ha riferito nel 2017 alcune limitazioni nelle attività di base della vita quotidiana, come vestirsi e mangiare, che può richiedere assistenza di assistenza a lungo termine. 
Circa quattro persone su dieci di età pari o superiore a 65 anni ha riportato depressione sintomi, una percentuale superiore alla media UE.
Preoccupano infine il problema della previsione di carenza dei medici nei prossimi anni e il mancato aumento delle competenze degli infermieri. 
Infine viene messo in rilievo l'aumento della spesa out of pocket (OOP) cioè la spesa privata dei cittadini che sono costretti a  pagare di tasca propria le cure.


giovedì 28 novembre 2019

LA REGIONE LAZIO VICINA ALL'USCITA DAL PIANO DI RIENTRO

Come preannunciatomi nel corso della mia visita al Ministero della salute ieri 28 novembre si è tenuta la  riunione del tavolo di verifica con il  Mef e il Ministero della salute.   
Da quanto si è appreso dalle dichiarazioni rilasciate dallo stesso Presidente Zingaretti, riprese dall'agenzia DIRE l'incontro si sarebbe concluso in maniera positiva dal punto di vista finanziario.
Anche per quanto riguarda la qualità delle cure, il tavolo avrebbe certificato un aumento sulla griglia dei LEA di circa 10 punti, che collocano il Lazio vicino ai 190 punti. 
Sulla base di questi risultati sarebbero state sbloccate  risorse finanziarie premiali per oltre 300 milioni di euro. 
Si tratta di una notizia importante per tutti  i cittadini e per chi lavora in questo settore così delicato.
Ora la palla passa al consiglio dei Ministri che dovrà approvare formalmente l'uscita della regione Lazio dal Piano di rientro consentendo di tornare alla gestione ordinaria. 

ARRIVA ENTRO L'ANNO IL PATTO DELLA SALUTE !

Con poche righe scritte su Twitter il Ministro Speranza ha annunciato:"Sciolti i nodi fondamentali per il nuovo Patto per la Salute 2019/21 dopo l’incontro tra Ministero della Salute, MEF e Regioni. La prossima settimana il nuovo testo andrà in Commissione Salute e Conferenza Stato Regioni. Al lavoro per rafforzare il Servizio Sanitario Nazionale".
Sembra di capire che anche gli ultimi nodi siano stati sciolti nel corso dell'incontro di questa mattina.
Secondo quanto appreso da "Quotidianosanità" il nuovo meccanismo di affiancamento per le Regioni in difficoltà, prevede la spesa per il personale salga  al 10% con possibilità di arrivare al 15%. 
Aumento del 2% anche del tetto per acquisto prestazioni dal privato.
Rimane l' incompatibilità tra Presidente della Regione e Commissario per il piano di rientro dal disavanzo (anche oramai il problema riguarda poche regioni).
Entro la settimana il testo definitivo sarà inviato alla Commissione sanità del Parlamento e poi alla Conferenza Stato-Regioni per l'intesa finale.
Non si parla mai di tetti alla spesa per l'esternalizzazione dei servizi che in questi anni è salita vertiginosamente. 

LA REGIONE HA RIMODULATO I FONDI PER ALCUNI PROGETTI, MA I SOLDI COME SONO STATI SPESI ?

Con il DCA U00174/2019 la Regione Lazio ha provveduto ad una rimodulazione del finanziamento degli obiettivi del Piano di rientro  assegnando alle aziende sanitarie del Lazio u totale di € 120.592.363,00.
La somma come si può vedere dalla tabella è ripartita su 5 progetti. 
Ora sarà interessante leggere il rendiconto di come sono state spese le somme in questione perché, specialmente sull'equità delle cure in qualche territorio della regione esistono ancora notevoli  diseguaglianze che si traducono in iniquità.
per non parlare poi dei percorsi diagnostico terapeutici assistenziali che in alcune aziende sono ancora un mito.

LE DISUGUAGLIANZE DEI LIVELLI ESSENZIALI DI ASSISTENZA


La Fondazione GIMBE ha pubblicato una ricerca sullo stato di adempimento dei Livelli Essenziali di Assistenza da parte delle Regioni (e quindi anche delle Aziende sanitarie).
I risultati complessivi non sono soddisfacenti anche se alcune regioni hanno raggiunto la sufficienza.
Addirittura più di un quarto (il 26,3%) delle risorse assegnate negli anni dallo Stato alle Regioni per garantire i Livelli essenziali di assistenza ai cittadini, cioè le prestazioni che il Servizio sanitario nazionale dà gratuitamente o dietro pagamento di un ticket, sono andate a vuoto non producendo servizi. 
Sempre secondo la Fondazione GIMBE nel suo monitoraggio sui Lea tra 2010 e 2017, l’ultimo anno su cui esistono dati completi, emerge una forbice tra le Regioni nella performance complessiva che è pari al 73,7%: al top per l'erogazione delle prestazioni è l'Emilia Romagna con il 92,5% di adempimento, mentre in coda c'è la Campania con il 53,9%.
Ma il Lazio, sempre nel 2017 era al 72%. 
Sarebbe conoscere i dati più recenti. 
Meraviglia come oggi 28 novembre si discuta in Conferenza Stato Regioni l'uscita della Campania dal Piano di Rientro.

mercoledì 27 novembre 2019

ATTESA PER LA SEDUTA ODIERNA DELLA CONFERENZA STATO REGIONI

Il nuovo Patto della salute tra Stato e regioni avrebbe dovuto essere approvato entro il 31 marzo 2019 quando era Ministro la Grillo, il nuovo Ministro Speranza, appena insediato ha ripreso i lavori per chiudere al più presto la trattativa tra Governo e regioni, ma le frizioni specialmente tra MEF e Regioni solo numerose specialmente per quanto riguarda il Commissariamento delle regioni in disavanzo. 
Oggi pomeriggio (28 novembre) è stata convocata una seduta della Conferenza Stato-Regioni ma gli assessori alla sanità regionali nel corso del Forum Risk Management che si tiene a Firenze hanno già anticipato le loro controproposte per chiudere l’accordo con il Governo entro il 31 dicembre p.v.
L'ordine del giorno della seduta odierna della conferenza Stato-regioni è già abbastanza nutrito dato che agli argomenti previsti nella prima convocazione della Seduta del 28 novembre, molti dei quali vertono proprio sulla sanità,  ne sono stati aggiunti altri con successive note una prima integrazione e una  seconda integrazione
Si parlerà anche del parere per l'uscita dal piano di rientro della Regione Campania.


LISTE DI ATTESA: LA RIPARTIZIONE ALLE REGIONI DEI FONDI - LE CRITICITA' DELLA REGIONE LAZIO


Sulla Gazzetta Ufficiale 268  del 15 novembre scorso è stato pubblicato finalmente il Decreto 20 agosto 2019  relativo alla "Ripartizione tra le Regioni dei fondi per la riduzione dei tempi di attesa nell'erogazione delle prestazioni sanitarie". 
L'articolo 1 del decreto stabilisce le modalità di assegnazione alle Regioni e di trasferimento dei finanziamenti di cui all'art. 1, comma 510 della legge del 30 dicembre 2018, n. 145, e dell’art. 23-quater del decreto-legge 119/2018, convertito con modificazioni dalla legge n. 136/2018 citati in premessa, al fine di attivare gli interventi volti a ridurre, anche in osservanza delle indicazioni previste nel vigente Piano nazionale di governo delle liste di attesa, i tempi di attesa nell'erogazione delle prestazioni sanitarie, secondo il principio dell'appropriatezza clinica, organizzativa e prescrittiva, mediante l’implementazione e l’ammodernamento delle infrastrutture tecnologiche legate ai sistemi di prenotazione elettronica per l’accesso alle strutture sanitarie, come previsto dall'art. 47 -bis del decreto-legge 9 febbraio 2012, n. 5, convertito, con modificazioni, dalla legge 4 aprile 2012, n. 35.
Nel Lazio potrebbero esserci problemi dato che alcune aziende sono molto indietro  nel rispetto dei tempi di attesa specialmente per quanto riguarda i pazienti cronici che dovrebbero essere presi in carico ed inseriti in un percorso agevolato per consentire l'effettuazione degli accertamenti diagnostici nel rispetto dei PDTA:
L’Osservatorio nazionale sulle liste d’attesa al fine di assicurare un tempestivo e corretto trasferimento dei fondi dovrà verificare la percentuale di realizzazione degli obiettivi di digitalizzazione dei sistemi regionali di prenotazione per l’accesso alle strutture sanitarie secondo i criteri indicati nelle premesse dell'atto:
1. criterio 1: programma delle attività e relativo cronogramma coerente con il Piano regionale per il governo delle liste d’attesa da presentare entro il 30/10/2019;
2. criterio 2: percentuale erogatori (pubblici/privati accreditati) collegati al sistema CUP interaziendale o regionale – numero erogatori pubblici/privati (ambulatorio/laboratorio STS11 con S01-S02) collegati al sistema CUP 
– numero erogatori pubblici/privati attesi (ambulatorio/laboratorio STS11 con S01-S02) - Metodo di calcolo: il Ministero fornirà la lista delle strutture STS 11 (anno 2018) con tipo struttura Ambulatorio/Laboratorio e Tipo Assistenza S01 - Attività clinica e S02 - Diagnostica strumentale e per immagini che verrà considerato quale denominatore.
La regione/PA indicherà nell’elenco le strutture collegate informaticamente al sistema CUP interaziendale
o regionale, che verranno considerate al numeratore.
La mancata realizzazione di almeno il 20% degli obiettivi di cui ai criteri 2 e 3 citati in premessa e di almeno
un canale di trasmissione di cui al successivo criterio 4 determina l’obbligo di restituzione dell’acconto allo Stato che può procedere al relativo recupero anche a carico delle somme a qualsiasi titolo spettanti negli esercizi successivi.
3. criterio 3: percentuale agende pubbliche/private inserite nel sistema CUP interaziendale o regionale – numero agende pubbliche/private inserite nel sistema CUP: numero agende pubbliche + N. Agende private gestite - Metodo di calcolo: per ogni struttura che risulterà collegata informaticamente al sistema CUP interaziendale o regionale (specificata nel numeratore dell’indicatore 2) la regione/PA indicherà il numero totale delle agende gestite per le prestazioni di sia di primo accesso che successive a carico del SSR (denominatore) e il numero delle stesse agende collegate al sistema CUP interaziendale o regionale.
4. criterio 4: numero di canali di accesso digitalizzati – numero canali digitalizzati di accesso al CUP (regionale o aziendale) - Metodo di calcolo: per ogni CUP (regionale o aziendale) la regione/PA indicherà i canali digitalizzati attivi tra: tra: APP per smartphone , via web dall’utente, farmacie, sportello CUP in strutture convenzionate, MMG/PLS.

lunedì 25 novembre 2019

LA REGIONE TRASFORMA I PUNTI DI PRIMO INTERVENTO IN PUNTI DI ASSISTENZA PRIMARIA


Pubblicato sul BUR della regione Lazio di oggi 26 novembre 2019, n, 95, il DCA del 14 novembre 2019, n. U00469 recante l'Adozione in via definitiva del piano di rientro "Piano di riorganizzazione, riqualificazione e sviluppo del Servizio Sanitario Regionale 2019-2021" ai sensi e per gli effetti dell'art. 2, comma 88 della L. 191/2009, secondo periodo".
Il dispositivo del decreto recita:
Per i motivi di cui in premessa che formano parte integrante e sostanziale del presente provvedimento:
- di adottare, in via definitiva, il piano di rientro, denominato “Piano di riorganizzazione, riqualificazione e sviluppo del Servizio Sanitario Regionale 2019-2021”, ai sensi dell’art.2 comma 88, secondo periodo, L. 191/2009, e l’unito cronoprogramma, che costituiscono parte integrante e sostanziale del presente atto;
- il presente provvedimento, recependo le osservazioni dei Ministeri vigilanti, annulla e sostituisce integralmente il DCA 303 del 25 luglio 2019.
Pertanto il giorno 2 nella Camera di Consiglio convocata per l'esame della richiesta di sospensione cautelare del citato DCA U00303/2019  richiesta dai Comuni di Cori e Cisterna nonché dal Comitato di Cori e da alcuni cittadini tra i quali l'autore di questo articolo, sarà chiesta dai nostri stessi avvocati la cessazione del contendere.
Decaduto il DCA U00303/2019 dovrebbe venire meno anche la nota deliberazione della ASL Latina n, 849/2019 per cui la direzione generale dovrebbe approvare una nuova deliberazione, ma questa volta sarà opportuno che i signori Sindaci e i loro rappresentanti che partecipano alla Conferenza locale sociale e sanitaria, che dovrà esprimersi nuovamente,  si facciano sentire e poi pretendano di votare, si parla della salute delle persone, dei loro elettori, che sono stanchi di assistere a chiacchierate che finiscono poi in un verbale che nessuno vede per poi leggere sulla deliberazione della ASL che tutti hanno condiviso le scelte della direzione generale. 
Perché non è possibile condividere il nuovo provvedimento della regione:
a) perché la trasformazione dei PPI in PAP toglie questi presidi dall'emergenza sanitaria territoriale consegnandoli all'assistenza primaria, mettendo così a rischio la salute e la vita stessa dei pazienti;
b) perché la dizione "in continuità con le funzioni precedentemente svolte" è estremamente vaga e non è tale da tutelare i pazienti né gli operatori nel caso di eventi che potrebbero richiedere l'intervento del giudice penale;   
c) perché, posto che sia valida l'interpretazione secondo cui le funzioni precedentemente svolte fossero quelle di emergenza/urgenza queste non possono ricadere sotto il Dipartimento di assistenza primaria in quanto le disposizioni della regione sull'organizzazione dei dipartimenti stabiliscono che accorpino unità operative omogenee e tale non sarebbe in questo caso questo "strano" PAP che si occupa di emergenza anziché di cure primarie.


QUANDO LA PROGRAMMAZIONE REGIONALE NON LEGGE I DATI EPIDEMIOLOGICI

Oramai il Ministero della salute e le regioni dispongono di una massa di dati epidemiologici, di cause di dimissione, di cause di morte ecc. rilevante e talora anche in tempo reale, pertanto desta preoccupazione il dato che emerge dalla recente inchiesta di Italia oggi circa le morti per tumore della provincia di Latina (che sono particolarmente numerosi) e i posti letto oncologici della stessa provincia che appaiono assolutamente inadeguati.
Sarebbe stato sufficiente leggere l'ultimo rapporto del Registro tumori della provincia di Latina, il più antico del Lazio per comprendere la gravità della situazione.
In base ad uno dei tanti decreti del Commissario ad acta: il n. U00257/2017 con cui è stata approvata la "Programmazione della rete ospedaliera nel biennio 2017-2018, in conformità agli standard previsti nel DM 70/2015", l'oncologia del Santa Maria Goretti di Latina dovrebbe avere 8 letti mentre l'ematologia 14; secondo la Carta dei servizi dell'azienda invece i posti letto sarebbero:  per l'oncologia 12 ordinari + 7 in DH  mentre per l'ematologia sarebbero 14 ordinari + 2 in DH.
A seguito della chiusura dell'ospedale di Gaeta  sono stati persi anche i posti letto del presidio sud per cui i letti di Latina, nonostante il prodigarsi dei medici e del personale tutto, sono assolutamente inadeguati per fronteggiare la domanda della provincia.
Poi qualcuno si domanda come mai ci sia quella che elegantemente viene definita la mobilità passiva: pazienti oncologici e le loro famiglie costretti ad andare a curarsi a Roma, a Napoli, a Milano con disagi pesantissimi e costi rilevanti.

L'AZIENDA USL LATINA AFFIDA ALL'ESTERNO LA REALIZZAZIONE DI UNA CAMPAGNA DI COMUNICAZIONE PER LA RICONVERSIONE DEI PPI E PER L'EMPOWERMENT DELLA POPOLAZIONE NELL'ACCESSO ALLE CURE

Sul sito dell'azienda USL Latina è stata pubblicata le deliberazione n. 1088 datata 20 novembre 2019 che ha per oggetto: "Indizione di procedura negoziata ex art. 36 comma 2, lettera a) del D.lgs. 5072016 e s.m.i. da aggiudicarsi ex art. 95 comma 2 e 10 bis del D.lgs cit. per la fornitura di un servizio di realizzazione si "campagna di comunicazione per riconversione dei punti di primo intervento ed empowerment della popolazione nell'accesso alle cure - ASL Latina".
L'importo posto a base d'asta è di € 35.000 + IVA pari ad €  42.700,00
Con l'atto si decide di inviare alla gara cinque ditte:  COO'EE Italia Srl, LEBOK, INAREA, APP TOYOU Srl e EPR Comunicazione Srl.
Un costo senza dubbio rilevante che si aggiunge ad altre spese già sostenute.
A quanto risulta dall'esame della stessa deliberazione l'azienda ha nel suo organigramma una Unità Operativa Semplice denominata "Comunicazione e relazioni con il pubblico" che, grazie anche alla presenza di funzionari qualificati,  avrebbe potuto svolgere in maniera appropriata e senza spese aggiuntive il servizio che viene in questo modo affidato all'esterno. 

sabato 23 novembre 2019

IL DIPARTIMENTO INTEGRATO DI EMERGENZA


Già le norme attuative della legge di riforma ospedaliera (n.132/1968) e il particolare il DPR 27 marzo 1969, n. 128 prevedevano la creazione di strutture dipartimentali.
Con l'art. 55 della legge 148/1975 furono apportate alcune modifiche allo scopo di consentire il collegamento tra i dipartimenti ospedalieri e le altre strutture sanitarie presenti nella zona servita dai vari ospedali.
Ulteriori indicazioni furono fornite con il DM 8 novembre 1976.
L'art. 17 della legge di riforma sanitaria conferma l'obbligo delle regioni di provvedere nell'ambito dell programmazione sanitaria all'articolazione dell'ordinamento degli ospedali per dipartimenti prevedendo anche il collegamento degli stessi coni servizi extra-ospedalieri in rapporto alle esigenze di definiti ambiti territoriali.
A sua volta l'art. 17 bis del D.lgs 502/1992 così come modificato dal D.lgs 229/1999 stabilisce quanto segue:
L'organizzazione dipartimentale è il modello ordinario di gestione operativa di tutte le attività delle Aziende sanitarie. 
Il direttore di dipartimento è nominato dal direttore generale fra i dirigenti con incarico di direzione delle strutture complesse aggregate nel dipartimento; il direttore di dipartimento rimane titolare della struttura complessa cui è preposto. La preposizione ai dipartimenti strutturali, sia ospedalieri che territoriali e di prevenzione, comporta l’attribuzione sia di responsabilità professionali in materia clinico-organizzativa e della prevenzione sia di responsabilità di tipo gestionale in ordine alla razionale e corretta programmazione e gestione della risorse assegnate per la realizzazione degli obiettivi attribuiti. A tal fine il direttore di dipartimento predispone annualmente il piano delle attività e dell'utilizzazione delle risorse disponibili, negoziato con la direzione generale nell'ambito della programmazione aziendale. La programmazione delle attività dipartimentali, la loro realizzazione e le funzioni di monitoraggio e di verifica sono assicurate con la partecipazione attiva degli altri dirigenti e degli operatori assegnati al dipartimento. 
La regione disciplina la composizione e le funzioni del Comitato di dipartimento nonché le modalità di partecipazione dello stesso alla individuazione dei direttori di dipartimento.
La Regione Lazio in tempi più recenti con il DCA 6 agosto 2014, n..259 con il quale sono state fornite ai direttori generali delle aziende sanitarie indicazioni per la predisposizione dell'atto aziendale al punto 5.2. ha ritenuto di fornite ulteriori specifiche per la organizzazione dei dipartimenti: 
L’organizzazione dipartimentale è il modello ordinario di gestione operativa delle attività aziendali e va inteso come centro di responsabilità. 
Il dipartimento costituisce tipologia organizzativa e gestionale volta a dare risposte unitarie flessibili, tempestive, razionali ed esaustive rispetto ai compiti assegnati, nell'ottica di condivisione delle risorse. 
Il dipartimento aggrega strutture organizzative omologhe, omogenee, affini o complementari che perseguono comuni finalità e, pur conservando ciascuna la propria autonomia clinica e professionale, sono tra loro interdipendenti nel raggiungimento degli obiettivi e nell'utilizzo delle risorse. 
L’atto aziendale definisce i dipartimenti aziendali ed interaziendali e le strutture organizzative aziendali afferenti. L’individuazione dei dipartimenti deve essere effettuata evitando la frammentazione o la duplicazione di funzioni, tenendo conto delle peculiarità organizzative e territoriali delle singole aziende sanitarie e delle esigenze di coordinamento ed integrazione. 
Alcune strutture, in ragione delle relative peculiarità, possono non essere aggregate in un dipartimento. Le strutture complesse fanno capo strutturalmente ad un solo dipartimento. 
Per ogni dipartimento sono individuate le risorse da assegnare in termini di personale, spazi, attrezzature, risorse economiche 
Il direttore di dipartimento è nominato dal Direttore Generale con un incarico di durata da due a tre anni. 
I dipartimenti, hanno la responsabilità gestionale delle risorse loro assegnate e sono caratterizzati dalla omogeneità, affinità o complementarietà sotto il profilo delle attività delle risorse umane o tecnologiche impiegate o delle procedure operative adottate. 
Il Comitato di Dipartimento Il Comitato di dipartimento, ai sensi di quanto previsto dall'articolo 17-bis del D.Lgs n. 502/1992 e ss.mm.ii., è un organismo collegiale consultivo con funzioni di indirizzo e verifica. Componenti del Comitato di dipartimento sono: 
a) il direttore del dipartimento che lo presiede; 
b) i direttori delle unità operative complesse; 
c) i dirigenti delle unità operative semplici dipartimentali; 
d) i responsabili dipartimentali, in un numero massimo di due, dell'area infermieristica, ostetrica, tecnicosanitaria, della riabilitazione, di vigilanza ed ispezione e dell'assistenza sociale, ove previsti nel dipartimento; 
e) i dirigenti medici e sanitari, in numero non superiore al 30% dei componenti di diritto, eletti da tutti i dirigenti del dipartimento. 
Il Dipartimento e le Aree Funzionali, rappresentano strumenti per l’innovazione organizzativa e gestionale, attraverso il coordinamento e la gestione integrata di funzioni complesse. In tali articolazioni organizzative si realizzano convergenze di competenze e di esperienze scientifiche, tecniche ed assistenziali allo scopo di ottimizzare risorse ed attività perseguendo obiettivi e finalità comuni in una logica d’integrazione e sviluppo della rete ospedaliera e territoriale. 
L’aggregazione dipartimentale dell’area ospedaliera può essere effettuata sulla base di diversi criteri, quali: intensità e gradualità delle cure; aree funzionali omogenee; organo/apparato; altro. 
A prescindere dalla tipologia, l’individuazione delle strutture dipartimentali deve essere orientata al modello di organizzazione per intensità e gradualità delle cure, per favorire il progressivo superamento dell’articolazione per reparti differenziati secondo la disciplina specialistica, e realizzare la reale integrazione dell’attività dei professionisti nella rete di assistenza, la collaborazione multidisciplinare e lo sviluppo dei percorsi di cura a livello inter-ospedaliero, nonché il dialogo tra gli specialisti ed i medici di medicina generale.
Da quanto sopra esposto emerge chiaramente come l'aggregazione dei servizi e delle unità operative debba avvenire per funzioni omogenee e in base al criterio della gradualità delle cure, due fattispecie che troviamo proprio nell'ambito del sistema di emergenza sanitaria territoriale e negli attuali PPI che non possono che essere integrati nel DEA di riferimento.
Tale scelta è già contenuta del DM 70/2015 che al punto 9.1.5 stabilisce appunto che qualora gli accessi ad un Punto di Primo Intervento (presidio inequivocabilmente di emergenza sanitaria territoriale ai sensi del DPR 27 marzo 1992) superino le 6000 unità annue la responsabilità clinica e organizzativa ricada sul DEA di riferimento. 
Del resto le più recenti indicazioni per l'organizzazione dei dipartimenti di emergenza fanno riferimento anche nella denominazione a queste considerazioni che garantiscono meglio il paziente che si trova in una situazione di emergenza garantendo una continuità assistenza qualificata attraverso l'integrazione ospedale territorio,  definendoli proprio Dipartimenti Integrati di Emergenza (DIE), già presenti in alcune regioni..
Ogni soluzione diversa sarebbe in contrasto con detti principi venendo a creare immotivatamente rischi inutili ai pazienti facendo venir meno la preziosa integrazione con il DEA e lasciando le strutture di emergenza territoriale isolate e sole con se stesse.
Le aziende sanitarie locali che gestiscono uno o più ospedali dovrebbero istituire dipartimenti transmurali per l'emergenza costituiti dai servizi di pronto soccorso, dalle unità operative semplici e complesse ospedaliere funzionali alle emergenze  e dai Punti di Primo Intervento.
Ecco perché la scelta della regione Lazio fatta prima con il DCA 303/2019, poi ritirato e sostituito dal DCA 469/2019 , secondo cui i PPI dovrebbero essere trasformati in Punti di erogazione di assistenza primaria "in continuità con le funzioni precedentemente svolte" (se è così non sono omogenee con il Dipartimento di assistenza primaria in cui verrebbero incardinate secondo la deliberazione della ASL latina n. 849/2019 )non è condivisibile (anche perché in contrasto con lo stesso DCA 259/2014) e sarà contrastata a tutti i livelli con gli strumenti offerti dalla legge.