lunedì 10 febbraio 2020

LA GIORNATA MONDIALE DEL MALATO

Oggi la Chiesa celebra la giornata mondiale del malato.
Papa francesco, parlando ai medici cattolici, ricorrendo ad una delle sue immagini ha ricordato loro che i malati non sono macchine da riparare.
Il problema dell'umanizzazione delle cure è sempre più sentito dai pazienti, specialmente dagli anziani che spesso si trovano abbandonati sui letti degli ospedali.
Molto può fare il volontariato, ma anche lo Stato, le regioni e le aziende sanitarie devono  impegnarsi per dare a loro e ai loro cari maggiori informazioni, per assisterli maggiormente anche dal punto di vista psicologico e per dargli più sicurezza.
Si parla spesso di mettere il malato al centro delle cure, ma troppo spesso assistiamo a pazienti che vengono rimbalzati dall'ospedale al territorio senza una assistenza adeguata, dovendo correre loro o i loro parenti da una struttura all'altra con esiti non sempre positivi. 




domenica 9 febbraio 2020

IL 26 FEBBRAIO L'ISPRA PRESENTA LO STATE OF THE ENVIRONMENT REPORT, L'ANNUARIO DEI DATI AMBIENTALI 2019 E IL RAPPORTO AMBIENTE DI SISTEMA CON LE ESPERIENZE REGIONALI

Il prossimo 26 febbraio a Roma, presso l’Aula del Palazzo dei Gruppi Parlamentari, alla presenza di Roberto Fico, presidente della Camera dei Deputati, di Giuseppe Conte, presidente del Consiglio, e di David Sassoli, presidente del Parlamento europeo, saranno presentati i tre report dedicati alla situazione ambientale in Europa e in Italia: il SOER 2020 (State of the Environment Report), l’Annuario dei dati ambientali 2019 che fotografa lo stato dell’ambiente in Italia e il Rapporto ambiente di Sistema che presenta le esperienze regionali.
Il SOER 2020 (State of the Environment Report) è la più completa valutazione ambientale europea, che delinea un quadro concreto della situazione, per il raggiungimento degli obiettivi strategici 2020 e di più lungo termine. Senza un intervento urgente nell’arco dei prossimi dieci anni, non si riuscirà a centrare gli obiettivi fissati, nonostante i notevoli progressi compiuti nel corso degli ultimi vent’anni.

L'ASSISTENZA DOMICILIARE INTEGRATA, DOPO IL NUOVO DCA U99525 NONOSTANTE LE ASSICURAZIONI DELLA REGIONE HA VISTO UNA PREVISA PRESA DI POSIZIONE DA PARTE DELLA FIMMG LAZIO


Forti perplessità giungono dalla segreteria regionale della FIMMG Lazio in merito al Decreto del Commissario ad Acta della regione Lazio U00525/2019 avente per oggetto:"DPCM 12.1.2017 Art. 22. Percorso di riorganizzazione e riqualificazione delle Cure domiciliari – ADI. Regolamentazione periodo transitorio. Adozione documento tecnico"
Al riguardo la FIMMG Lazio con un proprio comunicato afferma:
"La conoscenza di alcuni dati sulla cronicità nella nostra regione, è indispensabile per poter analizzare meglio la nota regionale licenziata lo scorso 30 dicembre sulla riqualificazione delle cure domiciliari.
Abbiamo nel Lazio 1.275.930 cittadini sopra i 65 anni di cui maschi 548.083 e femmine 727.847 con un evidente sbilanciamento femminile, con una speranza di vita che nel 2002 era di 18,7 anni a 65 anni, oggi è diventata di 20,9. Cosa vuol dire? Che nei prossimi anni una popolazione già anziana lo diventerà ancor di più.
L’Istat segnala che le patologie cronico-degenerative sono più frequenti nelle fasce di età adulte: già nella classe 55-59 anni ne soffre il 54,1 % e tra le persone ultra settantacinquenni questa quota raggiunge l’86,9 %.
Le malattie croniche come quelle dell’apparato cardio circolatorioe respiratorio si quintuplicano passando per le varie fasce d’età dai 60 anni in poi, cosi come si quintuplicano i traumatismi. Ben il 49% dei pazienti sopra i 65 anni soffre di due malattie croniche, principalmente rappresentate dal diabete (15%), dall’Ipertensione (44%), dalle malattie respiratorie (10%), e dalle malattie degenerative osteoarticolari (artrosi, artrite e osteoporosi circa 60%). Dopo i 75 anni le percentuali aumentano, diventando per il 19% diabete, il 55%per l’ipertensione, il 12 % per i disturbi nervosi, il 15% per le malattie cardiache, l’80% per le malattie osteo articolari. Il consumo dei farmaci sale dal 62% oltre i 60 anni al 90% oltre i 75 anni.
Questi dati rappresentano in maniera chiara il carico di lavoro che sopporta il territorio ed in particolare i medici di famiglia , che nel Lazio sono 4.600, con 3.385 medici con più di 27 anni di laurea e circa 2000 medici sopra i 65 anni e quindi vicini al pensionamento e i medici di Continuità assistenziale, che sono nella nostra regione 586, con una percentuale di 9,9 medici per 100.000 abitanti, uno dei valori più bassi in Italia a fronte di una media nazionale di 19 medici di continuità ogni 100.000 abitanti
I medici di medicina generale assistono al loro domicilio, tramite l’assistenza programmata, secondo dati del Ministero della salute, oltre 65.000 pazienti, l’89,8% dei quali ha più di 65 anni. Tra questi i pazienti terminali sono il 5.5%. Questi dati sono verosimilmente sottostimati in quanto si ritiene che gli assistiti a domicilio siano almeno il doppio in quanto non tutti i medici registrano le proprie visite per la estrema burocratizzazione delle procedure da seguire.
L’assistenza domiciliare programmata viene erogata in base ad una valutazione multidisciplinare effettuata oggi in concordanza con i CAD (Centri di Assistenza Domiciliare) presenti in ogni ASL, che porta alla stesura di un piano assistenziale riguardante l’organizzazione dei trattamenti medici finalizzati a mantenere la stabilità clinica con l’ausilio della parte infermieristica e riabilitativa. Il Medico di famiglia effettua le visite programmate a domicilio, in Case di Riposo o in Residenze Sanitarie Assistenziali. Le Strutture Residenziali, RSA, Hospice, mettono a disposizione circa 12.000 posti letto di cui il 30% riservato ai pazienti con problemi psichiatrici e il 58% ad anziani: ai pazienti terminali spetta il 3,4% dei posti.
A detta della Regione Lazio solo l’1,93% della popolazione sopra i 65 anni, a fronte della media nazionale del 2,5%, e quindi solo 25.000 pazienti, è trattato in regime di ADI (Assistenza Domiciliare Integrata) in collaborazione con gli specialisti, gli infermieri e altre figure professionali come i terapisti della riabilitazione o altro. Nei restanti casi l’assistenza programmata domiciliare è resa principalmente dal medico di famiglia, con strumentazione inadeguata e personale di supporto inesistente, salvo qualche prelievo domiciliare a cura del personale infermieristico del CAD. Nella gran parte dei casi mancano o sono insufficienti gli specialisti con liste di attesa che superano, nelle branche più critiche come la cardiologia, la pneumologia e la neurologia anche gli otto mesi di attesa. Peraltro per i CAD non è prevista la priorità delle prestazioni, il che si traduce in un trasporto al PS in caso di acuzie o in un consulto privato".
Tutto ciò premesso, ci saremmo aspettati da un DCA che ha per oggetto il “Percorso di riorganizzazione e riqualificazione delle Cure domiciliari” maggiore impegno di risorse, maggiore supporto ai medici di famiglia, aumento degli specialisti, un servizio almeno minimale nei giorni festivi. Troviamo invece scritto che le risorse previste sono insufficienti, che il cittadino potrà scegliere l’erogatore di sua scelta, che si potrà prevedere una compartecipazione al 50% da parte del cittadino del costo delle prestazioni, e che in ogni caso il servizio non funziona nei giorni festivi.
Il Decreto non chiarisce le procedure di attivazione del servizio che si presume rimarranno le stesse di oggi, ma in realtà non si sa, non essendo mai citato in alcuna parte quale sarà il ruolo del medico di medicina generale, non si prevede sostegno alcuno né di tipo strumentale né di risorse umane, si prevede l’adozione di un modello unico di valutazione multidimensionale dimenticando che questo già esiste almeno dal 2012. Non è quindi chiaro se questo modello cambierà o no. Non è neanche chiaro con chi si relazionerà il medico curante e chi si prenderà cura di prescrivere farmaci e/o presidi.
Come si vede un documento che presenta molti punti di incertezza che non consentono un giudizio di merito in questa fase, e, del resto, si è scelta la strada di escludere la medicina generale dalla discussione su un argomento così decisivo sulle cure primarie, pur rappresentando il MMG il regista dell’assistenza domiciliare secondo la normativa nazionale attualmente in vigore, ne prendiamo atto con dispiacere.
Stupisce inoltre il richiamo per l’assistenza tutelare all’anziano al DPCM 12.01.2017, art. 22 comma 4 che riguarda il minore con disabilità complessa, prevedendo una compartecipazione del 50% al costo delle prestazioni. Ora se di tutela si tratta significa che rientra nel diritto alla salute previsto dalla nostra Costituzione e pertanto non può essere oggetto di ridefinizione economica da parte dell’Istituto regionale che a fronte delle sue necessità di rientro in parametri economici e/o di gestione finanziaria in alcun modo a nostro avviso può comprimere a scapito del cittadino un diritto sancito e stratificato nelle norme relative alla sanità e al loro dispiegamento verso i malati.
Il medico di famiglia che entra nelle case sa come impatti negativamente sulla economia familiare la presenza di un anziano disautonomo o allettato a carico, la cui pensione o reddito da invalidità raramente riesce a coprire le spese emergenti quali per esempio l’assunzione di personale badante, cosa necessaria pena la perdita del lavoro per l’elemento più debole della famiglia come è in genere la donna all’interno della rete familiare di assistenza. In ogni caso la famiglia si impoverisce. Come potrebbe far fronte ad un costo ulteriore dell’assistenza sanitaria?
Infine, dubbio dei dubbi: quali strumenti concreti avrà il cittadino per scegliere un erogatore? Viceversa, sarà l’erogatore a scegliere il cittadino più conveniente? In tempi di liberismo sfrenato e compressione dei diritti sociali non ci stupiremmo poi troppo se a pensarla come Andreotti non ci sbagliassimo di tanto.

sabato 8 febbraio 2020

LA SPENDING REVIEW DIMENTICATA


Taluni direttori generali delle aziende sanitarie si lamentano della inadeguatezza della quota capitaria corrisposta dalle regioni ma troppo spesso non considerano che potrebbero spendere molto meno per l’assistenza sanitaria senza alcun impatto sulle prestazioni del sistema sanitario o sui risultati sanitari se facessero più attenzione al contenimento della spesa.
La famosa spending review in molti casi è rimasta nel cassetto e avviene spesso che per contenere i costi vengono tagliati o ridotti i servizi o ridotte le prestazioni. 
Sarebbe ora di inserire un vero e proprio obiettivo su questo tema nel Piano strategico di ciascuna azienda. 
I risultati della mancata lotta a gli sprechi sono sotto gli occhi di tutti.
Nei paesi anglosassoni questo tema è da anni fonte di approfondimenti (BERWICK DM, HACKBARTH AD).
Anche l’OCSE nel suo rapporto Tackling Wasteful Spending on Health (2017) ha analizzato le cause dell’inefficienza della spesa e degli sprechi ed esaminato le strategie messe in atto nei vari paesi per garantire la sostenibilità dei sistemi sanitari senza tagliare i servizi o le prestazioni.
In Italia l’argomento è stato affrontato da Cartabellotta il quale valuta l’importo dovuto agli spechi ed alle attività fraudolente in circa 25 miliardi di euro l’anno.
Sulla base dei lavori citati è possibile indicare le fonti di maggiore spreco:
  • Utilizzo di interventi sanitari inefficaci e inappropriati. Si tratta della categoria più consistente di sprechi che incrementa sia il rischio clinico dei pazienti sia i costi: procedure diagnostiche invasive per rassicurare i pazienti, ricoveri per malattie lievi o per malattie croniche senza esacerbazioni acute, costosissimi regimi di chemioterapia in pazienti neoplastici terminali, uso indiscriminato di farmaci, screening di efficacia non documentata, ecc.
  • Sottoutilizzo di interventi sanitari efficaci e appropriati. Consegue principalmente ai gap tra ricerca e pratica: può ritardare o impedire la guarigione, aumentare le complicanze, richiedere ricoveri ospedalieri e interventi sanitari più costosi, causare assenze dal lavoro.
  • Inadeguato coordinamento dell’assistenza. Sono sprechi conseguenti al “rimbalzo” del paziente tra setting assistenziali diversi, in particolare tra ospedale e territorio. Il coordinamento dell’assistenza è particolarmente critico nei pazienti con malattie croniche, nei quali l’assistenza a livello di cure primarie dovrebbe essere maggiormente integrata tra gli interventi specialistici e i ricoveri ospedalieri.
  • Acquisto di dispositivi medici e di altri beni di consumo inadeguati o in eccesso: questo può essere dovuto ad incapacità di chi gestisce le gare o predispone i capitolati di gara ma può anche essere dovuto inadeguatezza della programmazione dell'attività o a comportamenti contrari alla normativa specifica per interessi personali da parte di qualche soggetto.
  • Tecnologie sanitarie acquistate a costi eccessivi. L’assenza di regole ben definite fanno sì che le tecnologie sanitarie talora vengano acquistate a prezzi molto più alti del loro valore reale, con differenze assolutamente ingiustificate da una regione all'altra o addirittura tra le aziende di una stessa regione.
  • Complessità amministrative. Una inadeguata organizzazione, procedure complesse, scarsa informatizzazione e l’ipertrofia del comparto amministrativo possono comportano un allungamento dei tempi in tutti i settori e un conseguente aumento dei costi.
  • Frodi e abusi: le risorse deviate illegittimamente e deliberatamente dalle cure sanitarie per servire l’interesse personale di pochi comportando oltre agli eventuali aspetti penali anche un gravissimo spreco. Un terzo dei cittadini dell’OCSE considera il settore corrotto o estremamente corrotto (45% a livello globale).
La perdita combinata di frodi ed errori secondo gli autori citati rappresenta in media il 6% delle spese sanitarie correlate. 
Le regioni differiscono in modo significativo per il livello di impegno profuso per affrontare l’integrità delle violazioni nelle forniture e nei controlli sulle vari voci evidenziate.

domenica 2 febbraio 2020

L'INCONTRO DEL 1° FEBBRAIO A SORA


Un incontro veramente molto interessante quello organizzato ieri sera dall'Associazione War on Dump di Sora presso la sala Simoncelli della Biblioteca comunale dal titolo : "La buona politica comunale Utopia o realtà?".
Dopo un breve saluto dell'organizzatore di Vittorio Tersigni, organizzatore dell'incontro il moderatore Attilio Tollis ha iniziato a porre una serie di domande a me e agli altri intervenuti: il consigliere comunale Fabrizio Pintori e il direttore de "L'inchiesta quotidiano" Stefano Di Scanno.
Ne è scaturito un dibattito approfondito su alcune  tematiche tra le quali come tradurre la vision in  programmi ed atti amministrativi, la trasparenza e l'accesso agli atti, la differenza tra minoranza e opposizione, la legalità negli enti locali e come coinvolgere i cittadini, specialmente riferito al contenuto di due miei saggi: "Utopia di un Comune e come realizzarla" e "Manuale per un consigliere comunale di opposizione".

Sono seguite alcune domande da parte del  folto pubblico che hanno toccato argomenti molto stimolanti tra i quali quello della arretratezza di alcune aree della Ciociaria, la crisi industriale, cosa potrebbero fari i Comuni per stimolare il lavoro e le nuove migrazioni di italiani verso il nord America.

La serata si è conclusa oltre le 20 dato l'interesse dimostrato dal pubblico che anche dopo la fine dell'incontro mi ha posto molte domande.

venerdì 31 gennaio 2020

L'USO DEI PESTICIDI NON AUTORIZZATI O SENZA LE OPPORTUNE CAUTELE PUO' CAUSARE GRAVI MALATTIE


Come segnalato più volte in base ai dati dell’ISTAT il consumo di fitofarmaci (erbicidi, insetticidi, acaridi, fungicidi ecc.) nella provincia di Latina è molto elevato, ma risulta che spesso altri prodotti vengano acquistati on line e che alcuni di essi non siano autorizzati in Italia.
La Convenzione di Stoccolma sui “Persistent Organic Pollutions (POPs) ha come obiettivo quello di limitare l’inquinamento causato da talune sostanze organiche, caratterizzate da elevata persistenza, tossicità e capacità di bioaccumulo. Inoltre, a causa di particolari caratteristiche chimico-fisiche, tali sostanze possono essere trasportate a lunga distanza dal luogo di produzione e impiego.
A causa dei rischi per la salute i primi a dover prendere delle precauzioni sono i lavoratori agricoli ed a questo proposito il dato di lavoro dovrebbe fornirli dei Dispositivi di protezione Individuale.(DPI).
Secondo studi dell'Istituto Superiore di Sanità  sono a rischio anche le famiglie che vivono in prossimità dei campi dove vengono utilizzati i fitofarmaci.
Naturalmente anche chi si nutre di frutta e ortaggi può contrarre malattie come i tumori nel caso in cui siano presenti dei residui delle sostanze utilizzate. 
In base al registro dei tumori della provincia di Latina sono in aumento i casi di tumori della pelle e in generale di tutti i tipi di tumore, ma anche le morti.
In alcuni casi la letteratura ha dimostrato il nesso causale tra alcuni prodotti e taluni tipi di tumore.


Per saperne di più leggete il mio articolo su  "Tempi Moderni" : 

lunedì 27 gennaio 2020

I CITTADINI DI ALCUNI COMUNI DELLA PROVINCIA DI LATINA RICORRONO AL TAR CONTRO LA TRASFORMAZIONE DEI PUNTI DI PRIMO INTERVENTO


Grazie alla battaglia condotta sin dal 2018 dai Comitati di Sabaudia, di Cori, ecc., da alcuni cittadini e da qualche Sindaco è stato possibile impedire che fosse data attuazione anche in provincia di Latina (come già avvenuto in altre province tra cui quella di Frosinone) al decreto del Commissario ad acta per il piano di rientro dai disavanzi della sanità del Lazio DCA U00257/2017 che prevedeva la trasformazione al 31 dicembre 2018 dei Punti di Primo Intervento (PPI) in presidi di cure primarie affidati a medici di base (senza infermieri) nelle sole ore diurne e nelle ore notturne all'ARES 118 utilizzando ambulanze medicalizzate gestite da associazioni private. 
Il 13 agosto 2019 però la regione Lazio ha pubblicato il DCA U00303 che prevedeva un nuovo ridimensionamento dei PPI. 
Proseguendo nella nostra battaglia, grazie ad un ricorso presentato al TAR, siamo riusciti a far annullare detto decreto (la Regione ha deliberato solo alcuni giorni prima dell’udienza fissata dal TAR per l’esame del ricorso presentato da alcuni Comuni e da molti cittadini); tuttavia il nuovo DCA U00469 conferma la trasformazione dei PPI in punti di erogazione di assistenza primaria a far data dal 1° gennaio 2020 pur stabilendo che ciò dovrà avvenire “in continuità con le funzioni precedentemente svolte”. 
L’azienda unità sanitaria locale di Latina, dopo aver adottato il 12 settembre scorso la deliberazione n. 849 ha ritenuto di approvare in data 31 dicembre l’ulteriore deliberazione n. 1264 con cui ha stabilito l’attivazione di Punti di Assistenza Territoriale (PAT) al posto di tutti i PPI presenti nella provincia a far data dal 1° gennaio 2020. 
Al riguardo, dalle premesse delle deliberazioni dell’azienda sanitaria locale Latina nn. 849/2019 e 1264/2019 risulta che dette scelte sono state presentate ai rappresentanti dei Comuni nel corso della seduta della Conferenza locale sociale e sanitaria del 9 settembre 2019 e che nel corso della riunione non sarebbero state avanzate obiezioni da parte dei presenti. 
Costituisce un elemento positivo l’essere riusciti a fare in modo che i nuovi presidi siano aperti H24, che resti lo stesso personale (un medico e un infermiere per turno), le stesse apparecchiature, ecc.) e che ci sia continuità nelle funzioni precedentemente svolte, mentre ad Anagni questo non è avvenuto, il PPI è stato chiuso il 15 luglio 2018 ed è deceduta una persona a seguito della puntura di un calabrone. 
Purtroppo anche nella nostra provincia restano numerose criticità. 
In base al DM 70/2015 la trasformazione dei PPI in punti di cure primarie sarebbe dovuta avvenire dopo l’avvenuta implementazione dell’assistenza territoriale: a tutt'oggi questo non è avvenuto e le Case della Salute o non ci sono (le uniche due aperte sono ad Aprilia e a Sezze) o come in qualche caso c’è solo un cartello; i tanto decantati Percorsi Diagnostico Terapeutico Assistenziali (PDTA) per i cronici non funzionano e neanche il Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE) che viene citato nei protocolli attuativi della delibera 1264/2019. 
In base alle disposizioni regionali e a quelle attuative dell’azienda sanitaria locale i nuovi presidi dal 1° gennaio 2020 funzionano ancora H24, hanno un medico ed un infermiere presenti H24, la stessa dotazione di apparecchiature sanitarie e le stesse forniture di medicinali e di dispositivi medici; peraltro è stata modificata l’organizzazione in quanto l’incardinamento dei PAT nel Dipartimento di assistenza primaria anziché in quello di emergenza (DEA) disposto dall'azienda sanitaria locale di Latina in attuazione del DCA U00469/2019 oltre a violare il DM 70/2015 recante gli standard ospedalieri (secondo cui nel caso in cui ci siano oltre 6.000 accessi annui questi presidi devono afferire al dipartimento di emergenza dell’ospedale di riferimento) e il DCA U00259/2014 della Regione Lazio (recante l’organizzazione dei dipartimenti), potrà essere fonte di problemi trattandosi di un dipartimento in cui opera personale medico specializzato in altre discipline non omogenee con le funzioni che svolgevano i PPI e che sono state confermate per i nuovi PAT. 
Dopo un mese dall’avvio dei PAT i cittadini non hanno ancora ricevuto una informazione circa la trasformazione dei PPI in PAT nonostante l’azienda abbia indetto una apposita gara (deliberazione n. 1088 del 20 novembre 2019) del costo di 42.700 euro IVA inclusa. 
A ciò si aggiunga che il reclutamento del personale potrebbe subire delle modifiche in quanto mentre ora il personale utilizzato è composto da infermieri professionali di ruolo e da medici di medicina generale convenzionati in possesso dell’attestato di idoneità all’esercizio dell’attività di emergenza sanitaria territoriale in base all’art. 96 dell’accordo Collettivo Nazionale della medicina generale, detto requisito potrebbe venire meno trattandosi di un presidio giuridicamente incardinato in unità operative di cure primarie, per le quali non è richiesto detto attestato. 
In merito a ciò gli atti impugnati tacciono e non offrono sufficienti garanzie. 
In particolare i protocolli operativi allegati alla deliberazione 1264 del 31 dicembre scorso sono solo 11 e abbastanza scarni per quanto riguarda proprio le modalità di rapportarsi con il DEA, mentre la casistica prevista dal sistema per la rilevazione degli accessi del Ministero della salute (NSIS) è di gran lunga più vasta per cui potrebbe avvenire che un medico appena chiamato in servizio, privo di esperienza in medicina d’urgenza si possa trovare in presenza di patologie non previste nei protocolli e quindi in difficoltà nel decidere la procedura da seguire e senza poter disporre dei un punto di riferimento nell’ambito dell’Unità operativa di appartenenza. 
La decisione di trasformare i PPI in Punti di Assistenza Territoriale non assicura il rispetto del livello dell’Emergenza Sanitaria Territoriale previsto ai punti 3 e 7 del DPCM 12 gennaio 2017 recante la definizione dei Livelli Essenziali di Assistenza che devono essere garantiti a tutta la popolazione della provincia. 
A ciò si aggiunga il mancato adeguamento del servizio di trasporto di emergenza da parte dell’ARES 118 che dopo aver indetto un avviso che a suo dire sarebbe servito a potenziare le unità a disposizione lo ha revocato. Non è stato fatto nulla invece per incrementare la rete delle elisuperfici. 
Pertanto insieme ad alcuni residenti nei Comuni di Cori, Gaeta, Latina, Priverno e Sezze ho dato mandato all’avv. Pasquale Lattari del Foro di Latina (il quale ha accettato di farlo pro bono) di predisporre e di presentare ricorso al TAR di Roma per impugnare il DCA U00469/2019 e la deliberazione n 849/2019 dell’Azienda USL Latina al fine di evitare possibili rischi per la salute e la vita stessa delle persone. 
Il ricorso è stato presentato per la notifica il giorno 23 gennaio scorso. 
Non è stato chiesto un intervento cautelare in quanto negli atti viene affermato che ci sarà “continuità con le funzioni precedentemente svolte”, locuzione questa che peraltro dice tutto e niente ed è per questo motivo che ci si è riservata la possibilità, nel caso in cui sorgessero problemi di qualunque tipo: mancanza di personale qualificato (i contratti dei medici operanti oggi nei PAT sono scaduti tutti il 31 dicembre e ancora non sono stati rinnovati), inadeguata fornitura di apparecchiature, mancanza di medicinali e di dispositivi medici per l’emergenza, ecc. di chiedere la sospensiva anche prima dell’udienza fissata per l’esame del merito. 
È molto grave che dei cittadini siano costretti a ricorrere al TAR per difendere il loro diritto alla salute, tirando fuori i soldi di tasca propria, quando ci sono persone stipendiate per gestire la sanità o che in base al principio della democrazia rappresentativa sono state elette per tutelare anche la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività.

DALLA REGIONE LAZIO: IL PROGRAMMA "GARANZIA GIOVANI"

Com'è noto "Garanzia Giovani" é un programma rivolto ai giovani tra i 15 e i 29 anni che non sono iscritti a scuola ne' all'università, che non lavorano e che non seguono corsi di formazione. Con la Garanzia Giovani la Regione Lazio investe 137 milioni di euro per garantire ai giovani un percorso di formazione o di lavoro. La Garanzia Giovani é un'opportunità che, oltre a favorire i giovani NEET nella nostra Regione, permette di sperimentare un nuovo sistema di servizi e di politiche attive per il lavoro.

RIPARTITI AI COMUNI CAPOFILA DEI DISTRETTI DELLA PROVINCIA DI LATINA I CONTRIBUTI PER I PUNTI UNICI DI ACCESSO

                                                       Abitanti   ContributoxPop.   Superficie   Contributo Kmq      Totale
Con una determinazione del 19 dicembre 2019,n. G18027  la nuova direttrice regionale per l'inclusione sociale ha provveduto al "Riparto in favore di Roma Capitale e dei Comuni ed Enti capofila dei distretti sociosanitari delle risorse per l'implementazione della rete territoriale dei PUNTI UNICI di ACCESSO. Impegno di € 3.000.000,00 sul cap. H41924-macroaggregato 12.07 1.04.01.02.000 - Esercizio finanziario 2019 (impegno n. 52107/2019). 
Il totale dell'intervento ammonta ad € 3.000.000,00 a valere sui fondi impegnati con deliberazione n. 801/2019 per gli interventi di cui alla LR 11/2016.
La ripartizione è avvenuta sulla base degli abitanti, e della superficie.


FITOFARMACI E SALUTE DEI LAVORATORI OLTRE CHE DEI CITTADINI


L'agricoltura del territorio pontino, tranne rare eccezioni, utilizza in maniera notevole i fitofarmaci.
Il consumo annuo nel 2015 di questi prodotti nel Lazio secondo l'ISTAT è stato di 1.592.602 chilogrammi di fungicidi, di 800.845 chilogrammi di insetticidi e acaricidi, di 695.406 chilogrammi di erbicidi e di 2.296.007 chilogrammi di principi attivi vari per un totale complessivo di 5.384.860 chilogrammi cui si aggiungono n. 25.650 trappole e 91.506 tonnellate di concimi minerali.
La maggioranza di questi prodotti per la loro nocività deve essere utilizzata da parte dei lavoratori utilizzando Dispositivi di Protezione Individuale, la responsabilità di questo è del datore di lavoro, ma non risulta che ciò avvenga sempre nelle imprese agricole della provincia dato che alcuni operai indiani utilizzati in agricoltura sono dovuti ricorrere al pronto soccorso di Latina.
Ma in alcuni casi ci possono essere rischi anche per i residenti nel caso in cui l'irrorazione dei fitofarmaci avvenga ad distanze inferiori ai 1.000 metri.
Infine esistono rischi di malattie anche per i consumatori di alimenti 
Secondo il Ministero dell'Ambiente la Convenzione di Stoccolma sugli inquinanti organici persistenti (Persistent Organic Pollutants, POPs), adottata nel 2001 ed entrata in vigore nel 2004, ha come obiettivo quello di limitare l'inquinamento causato da talune sostanze organiche, caratterizzate da elevata persistenza, tossicità e capacità di bioaccumulo. 
Inoltre, a causa di particolari caratteristiche chimico-fisiche, tali sostanze possono essere trasportate a lunga distanza dal luogo di produzione e impiego.
La Convenzione prevede che la produzione, l’uso, l’esportazione e l’importazione delle sostanze individuate come “POPs” (e di conseguenza inserite negli allegati della Convenzione) siano proibiti, salvo alcuni casi accettabili. La Convenzione stabilisce anche le procedure per il controllo dello stoccaggio e lo smaltimento di tali sostanze.
Inoltre la Convenzione ha come obiettivo quello di ridurre e, se possibile, eliminare le emissioni dei POPs dovute alla produzione non intenzionale.
Su richiesta delle Parti della Convenzione, il comitato scientifico (Persistent Organic Pollutants Review Committee) esamina le proposte di inserimento di nuove sostanze negli allegati della Convenzione. La richiesta è corredata da informazioni specifiche riguardanti le caratteristiche della sostanza, con particolare riferimento alla persistenza, al bioaccumulo, al trasporto a lunga distanza e agli effetti nocivi per la salute umana e per l'ambiente. Sulla base delle valutazioni del Comitato, la Conferenza delle Parti (COP) decide se procedere all'inserimento della sostanza chimica negli allegati alla Convenzione.
Ogni Parte contribuisce alle risorse finanziarie per l'attuazione della Convenzione tramite misure specifiche e attraverso piani d'azione a livello nazionale o regionale. I Paesi industrializzati, tramite un meccanismo istituito appositamente dalla Convenzione, forniscono risorse finanziarie e assistenza tecnica ai Paesi in via di sviluppo.
Nell’ambito dell’Unione europea la Convenzione è stata attuata attraverso il Regolamento (CE) n. 850/2004 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 29 aprile 2004 (“Regolamento POPs”), attualmente in fase di aggiornamento da parte del Parlamento e del Consiglio.
Sono 182 gli Stati che, ad oggi, hanno ratificato la Convenzione, compresa l’Unione Europea (2005). L’Italia, pur non avendo ratificato la Convenzione, è tenuta ad osservarne gli obblighi in virtù del citato Regolamento Europeo sui POPs.
In provincia di Latina vengono effettuate analisi solo su un ristretto numero di sostanze e comunque tra queste nei laghi costieri è stato trovato il DDT.
Sembra che il DDT sia stato trovato in alcune zone d'Italia anche nel latte materno.
L'ISPRA ha assegnato il bollino rosso proprio all'area del Parco Nazionale del Circeo.
Il Servizio di prevenzione igiene e sicurezza nei luoghi di lavoro della Azienda USL Latina dovrebbe vigilare sia in merito alla sicurezza dei lavoratori e quindi controllare l'utilizzo dei DPI da parte degli operai che circa l'utilizzo di prodotti regolarmente autorizzati al commercio in Italia; mentre il servizio igiene alimenti e nutrizione dovrebbe vigilare sulla presenza di residui negli alimenti. 
Infine l’art. 78 del DPR 616/1977 attribuisce ai Comuni ai sensi dell’art. 118 della costituzione le funzioni amministrative in materia di interventi per la protezione della natura con la collaborazione della regione.

giovedì 23 gennaio 2020

IL TAR DI LATINA ANNULLA LA GARA PER L'AFFIDAMENTO DELLA RACCOLTA DEI RIFIUTI DEL COMUNE DI SABAUDIA CHE ERA STATA GESTITA DALLA DIREZIONE REGIONALE ACQUISTI DAL LAZIO

Con la determinazione n. G06203 in data 9 maggio 2019 la Direzione regionale acquisti della regione Lazio in relazione alla gara comunitaria centralizzata a procedura aperta finalizzata all'acquisizione per la durata di mesi 60 del servizio di raccolta, trasporto al trattamento rifiuti urbani e dei servizi di igiene urbana del Comune di Sabaudia stabiliva quanto segue:
1)di approvare integralmente l’operato del RUP e della Commissione di gara nominata con la citata Determinazione n. G06315 del 17/05/2018 e del RUP e, in particolare, il contenuto dei verbali delle sedute pubbliche e delle sedute riservate indicati in premessa, i quali, pur se non materialmente allegati al presente atto e conservati a cura del RUP presso la Direzione Regionale Politiche ambientali e ciclo dei rifiuti, ne costituiscono parte integrante e sostanziale; 
2) di aggiudicare la gara comunitaria centralizzata a procedura aperta finalizzata all'acquisizione del servizio di raccolta, trasporto al trattamento dei rifiuti urbani e dei servizi di igiene urbana del Comune di Sabaudia per la durata di 60 mesi – CIG n. 697851331B - indetta con determinazione n. n. G02105 del 22 febbraio 2017, all’impresa DEL PRETE s.r.l con sede Legale in via Via Moncenisio 1, Latina, C.F. e P.I. 01088520596, per un importo complessivo di € 13.173.289,97 IVA esclusa, di cui € 14.276,90 per oneri per misure di prevenzione dei rischi da interferenza; 
3) di procedere alla verifica del possesso dei requisiti generali e speciali di cui agli articoli 80 ed 83 del d.lgs. 50/2016 in capo al soggetto risultato aggiudicatario e al concorrente che segue in graduatoria, riservandosi, in caso di accertamento della non veridicità del contenuto delle dichiarazioni effettuate, di dichiarare decaduto il singolo concorrente, fatta salva l’adozione degli ulteriori e conseguenti provvedimenti di legge; 
4) di subordinare, ai sensi dell’articolo 32, comma 7, del d.lgs. 50/2016, l’efficacia dell’aggiudicazione all’esito favorevole dei controlli sui requisiti di cui agli articoli 80 ed 83 del medesimo decreto; 
5) di trasmettere gli atti per la stipula del relativo contratto al Comune di Sabaudia, quale soggetto esecutore del contratto che sosterrà le relative spese di gestione e di esecuzione e che nominerà un proprio responsabile del procedimento per la fase di esecuzione e, laddove necessario, un Direttore dell’Esecuzione del Contratto, come specificato negli atti di gara e nell’accordo sottoscritto dalle parti ed in ottemperanza alla prescrizione di cui all’articolo 31, comma 14, del d.lgs. 50/2016 che limita le funzioni del Responsabile Unico del Procedimento della Centrale di committenza alle sole attività di competenza della medesima;
L'atto è stato oggetto di ricorso al TAR di Latina che con sentenza pubblicata  in data 18 gennaio 2020 ha annullato l'atto impugnato.
Il Comune di Sabaudia non si era costituito in giudizio.

mercoledì 22 gennaio 2020

INVIATA AL MINISTERO DELLA SALUTE UNA PROPOSTA DI MODIFICA DEL DM 70/2015 PER LA PARTE RELATIVA ALL'EMERGENZA SANITARIA TERRITORIALE



Il 31 dicembre scorso, in qualità di promotore del comitato per la difesa del PPI di Sabaudia ho inviato la seguente lettera al Ministro Speranza e al direttore generale della programmazione Urbani  
L’art. 10 della legge 23 dicembre 1978, n. 833 istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale stabilisce che alla gestione unitaria della tutela della salute si debba provvedere in modo uniforme sull’intero territorio nazionale mediante una rete di Unità Sanitarie Locali e che le stesse siano articolate in Distretti sanitari di base, quali strutture tecnico-funzionali per l’erogazione dei servizi di primo livello e di pronto intervento, assicurando quindi la prossimità di questo servizio ai cittadini.
Com’è noto con Decreto del Presidente della Repubblica in data 27 marzo 1992 è stato approvato l’atto di indirizzo e coordinamento alle regioni per la determinazione dei Livelli di Assistenza Sanitaria di Emergenza.
L’esito positivo degli interventi è condizionato dall’intervallo di tempo che intercorre tra il verificarsi dell’evento e la qualità ed efficacia dei primi soccorsi nonché dall’adeguatezza dell’intervento sanitario.
Le linee guida n.1/1996 approvate dalla Conferenza Stato – Regioni nella seduta dell’11 aprile 1996 prevedono che le modalità di risposta all’emergenza-urgenza si articolino su quattro livelli di operatività: Punti di primo intervento, Pronto Soccorso ospedaliero, Dipartimenti di emergenza-urgenza ed accettazione di primo livello e DEA di secondo livello.
Con i DM in data 2 aprile 2015, n. 70 è stato approvato il Regolamento recante la definizione degli standard strutturali, tecnologici e qualitativi relativi all’assistenza ospedaliera con il quale è stata decisa la “trasformazione” dei PPI in postazioni medicalizzate del 118.
Di fatto con detto decreto è stato cancellato il sistema dell’Emergenza Sanitaria Territoriale ritenendo che ai PPI ricorressero solo pazienti cronici (mentre si occupano soprattutto di incidenti, ferite, punture di insetti, bambini che ingoiano oggetti, ecc.), inoltre di fatto non è stata prevista la stabilizzazione del paziente.
Pertanto ogni regione ha organizzato l’EST in modo autonomo creando, proprio in una materia così delicata, una notevole disomogeneità: dall’afferenza ai dipartimenti agli stessi nomi dei presidi.
Il DPCM 12 gennaio 2017 all’ art. 3 individua l’Emergenza Sanitaria Territoriale come uno dei livelli dell’assistenza distrettuale e all’art. 7 fissa i Livelli Essenziali di Assistenza dell’Emergenza Sanitaria Territoriale prevedendo che il Servizio Sanitario Nazionale debba garantire, in situazioni di emergenza-urgenza in ambito territoriale extraospedaliero, interventi sanitari tempestivi e finalizzati alla stabilizzazione del paziente, assicurando il trasporto in condizioni di sicurezza al presidio ospedaliero più appropriato.
Le società scientifiche dell’emergenza sanitaria sono tutte concordi sulla necessità di un intervento che armonizzi a livello nazionale la normativa e il sistema di allarme e di risposta provvedendo ad istituire in tutte le aziende sanitarie locali un dipartimento funzionale di emergenza monospecialistico integrato territorio-ospedale, preferibilmente su base provinciale, cui afferiscano i mezzi di soccorso (di base, intermedi ed avanzati), la Centrale Operativa118, i Punti di Primo Intervento, i PS con OBI generale e pediatrica e la MEU-semintensiva delle aziende (ospedaliere, ospedaliero-universitarie, territoriali, IRCCS e delle aziende regionali 118) che insistono sul territorio.
Il Patto per la salute 2019-2021 alla Scheda 15 apre alla revisione del DM 70/2015 sulla base delle evidenze e delle criticità individuate da diverse Regioni, per cui questo Comitato si permette di rappresentare l’opportunità che in tale occasione venga affrontata la materia nel suo complesso armonizzando l’organizzazione nelle regioni in modo che in tutte le aziende sanitarie locali possa essere realizzato il Dipartimento Integrato di Emergenza le cui articolazioni potranno trovare collocazione funzionale nel Distretto con un nome possibilmente identico in ogni parte d’Italia.
Da notizie apprese dalla stampa specializzata di recente sembra che anche le regioni siano disposte ad avviare la discussione per l'esame delle schede contenute nel nuovo Patto per la salute tra le quali c'è proprio quelle sul DM 70/2015.